Massimo Daido Strumia
Di Erto Taigô Fumagalli
Non posso immaginare che la scelta dei genitori, di noi nati negli anni ’40
e ’50, di mandarci a letto dopo Carosello o l’aver troppo guardato “Ai
confini della realtà”, abbiano potuto provocare quel “quarantotto” che dagli
anni sessanta in poi ha prodotto una criticità generalizzata a tutti gli
ambiti, sociale, economico, culturale, religioso, militare, e una creatività
effervescente, a dir poco. La sconfitta militare della Germania e
dell’Italia (del nazismo e del fascismo) e lo squarcio che la seconda guerra
mondiale ha provocato all’Europa tutta, c’entrano, eccome. Gli alleati hanno
sì liberato il Vecchio Continente dall’incubo nazifascista, ma hanno pure
imposto il loro modello di sviluppo economico.
Eh si, il dopo guerra è stato un guazzabuglio di import-export (più import
che export) di costumi musicali (proprio quella "musica
afro-demo-pluto-giudo-masso-epilettoide" censurata dai regimi sconfitti),
cinematografici, esistenziali, di sogni e bisogni, di passioni e deliri,
socializzazioni e riflussi nel privato, viaggi di ogni tipo, incontri e
scontri, l’accesso al consumo sempre più massificato (debito privato e
pubblico), e arriva pure il “Beat” (da Beatitudine) con la sua poesia, la
sua musica, la sua carica di ribellione, di richiamo alla vita libera, alla
consapevolezza dell’istante, alla ricerca di sé stessi, e alla spiritualità
Zen.
Negli Stati Uniti, comunque, s’intravvede una trama che va da Ralph Waldo
Emerson passando per Henry David Thoreau a Jack Kerouac e compagni, e quindi
si può parlare di continuità originale (per quanto anch’essa influenzata
dall’induismo e dal buddhismo), cosa che non si può dire per l’Europa che
non ha mai avuto “profeti beat”.
Dal ’45 in poi si scatena una fenomenale contaminazione, acculturazione e
ibridazione che ha continuato lungo tutti i “gloriosi trenta” fino ad oggi.
In tutto questo guazzabuglio c’è stata e c’è molta genuinità (un esempio per
tutti: “Nel blu dipinto di blu”), ma altrettanta simulazione, imitazione,
per giunta non dichiarata (quanta musica anglosassone e francese proposta in
italiano come produzione propria!). A volte mi chiedo come già fece
Tanizaki nel suo bellissimo “Libro d’ombra”- “come vivremmo oggi se il
Vecchio continente non fosse stato ibridato dalla cultura anglosassone con
tutte le sue sfaccettature?” Domanda stupita e sterile, lo so, ma mi serve
per scacciare l’assurda credenza in un passato idilliaco, incontaminato. La
storia degli uomini non è altro che una storia di contaminazioni. Infatti,
se così non fosse, noi, caro Massimo Daido, non avremmo mai incontrato
Taisen Deshimaru Roshi, né ci saremmo mai incontrati come nipoti spirituali
di Kodo Sawaki Roshi.
Il nostro primo incontro avvenne a Fudenji in occasione di una Hossenshiki,
poi, due volte all’anno, ci si vedeva all’Assemblea dei Kokusaifukyoshi
europei e al seminario di studio.
In tutti questi anni ci siamo scambiati poche parole, alcune battute, ci
siamo seduti allo stesso tavolo e abbiamo condiviso generosamente il buon
vino italiano, francese, tedesco. Una notte abbiamo dormito nella stessa
camera d’albergo, e Daido precipitò nel sonno poco dopo aver letto alcune
righe de “Il dito e la luna” di Jodorowski. Tutto qui, niente di speciale.
Più che una conoscenza, un semplice incontro, un trovarsi simpaticamente
l’uno di fronte all’altro. Di Massimo Daido colpiva il suo modo di parlare,
rapido e conciso, ma soprattutto la sua semplicità, la sua melancolica
solitudine, un senso di dissimetria, oltre al suo vissuto che gli dipingeva
addosso quella patina di fascino che solo gli oggetti antichi posseggono.
Era l’esempio vivente di una tranquilla sobrietà nella quale si poteva
riconoscere la bellezza delle cose imperfette, effimere e modeste, e proprio
per questo contagiosa, ibridante.
Massimo Daido Strumia aveva scelto la via Maestra per diffondere lo Zen nel
suo paese: essere un buon esempio genuino di vita Zen, nella consapevolezza,
e i suoi Teisho lo testimoniano, che “una pianta non cresce più velocemente
tirandola”. Ora, a più di quarant’anni dall’arrivo dello Zen, l’Italia, ma
anche l’Europa, può ben dire di avere con Massimo Daido Strumia il suo
antesignano, lo scudo alla bandiera della libertà.